Editoriale: Senza duelli non si canta Messa

La sconfitta di Cerignola, la quinta dell’inizio di stagione rossazzurro, vede la sua genesi in due fattori: i 6 gol siglati contro il Giugliano e i difetti strutturali difensivi rispetto al modo in cui si vorrebbero ottenere risultati. Non vivendo lo spogliatoio è ovviamente difficile capire esattamente quale sia stata l’atmosfera vissuta in settimana, ma un Catania così impalpabile, secondo su tutte le palle, spento, molle, mai pericoloso e in parte anche distratto non può che essere effetto di un approccio mentale profondamente sbagliato e sfavorito dall’abuso di gol, elogi e consapevolezza causato dalla vittoria di domenica scorsa. Tutto ciò è inammissibile, soprattutto se di fronte c’è un avversario che tutti sapevano essere pronto a dare battaglia e metterla sul piano della fisicità e intensità. Il secondo fattore cruciale è interconnesso al primo e può essere sintetizzato in una parola: duelli. La difesa del Catania non vince i duelli ed è un limite visto dalla prima giornata. Allegretto e soprattutto Di Gennaro non hanno mai, mai arginato il diretto avversario, con il numero 15 che dal rientro è sempre sembrato in difficoltà su questo aspetto, compreso il secondo tempo contro il Giugliano dopo l’ingresso di Ibe. Il problema è proprio legato ai singoli ed alle caratteristiche, e diventa devastante se il tecnico vuole difendere con coraggio in parità numerica. Strutturalmente si va in crisi, Cabianca non può essere costretto a diagonali chilometriche, ed il tutto è acuito da una fase offensiva che non è mai riuscita a limitare i lanci in verticale degli avversari.

Il Catania non c’è e sbanda perchè i due piani, quello tattico legato alle caratteristiche dei singoli abbinate al metodo per ottenere risultati, e quello incentrato sulla determinazione non sono mai lineari. A differenza di altre gare, però, contro il Cerignola non c’è mai stata la sensazione che il Catania potesse ritornare in partita ed il fatto che i guanti del portiere avversario siano rimasti intonsi è quasi umiliante. La sensazione è che a volte la squadra di Longo non riesca ad esprimersi con la costruzione dal basso, bensì vada a nozze negli spazi. Un controsenso se si pensa al perché del cambio rispetto allo scorso anno; poi altrettanto incombente è l’idea che i rossazzurri non riescano a portare a casa nulla quando la partita è sporca. Un aspetto quest’ultimo che, se confermato ulteriormente dai fatti, sarebbe grave visto che tutti conosciamo la Serie C e sappiamo che per primeggiare serve anche saper essere sporchi al punto giusto.

Inutile girarci intorno: i numeri parlano chiaramente. In dodici giornate nessuna squadra che ambisce al primo posto può cadere per cinque volte. È un dato sconcertante che dimostra come il Catania non metta in pratica il principio “se non puoi vincerla non devi perderla”, ma che quando va sotto (evento ripetutosi per 6 volte) non riesce a uscire indenne al novantesimo. Che la squadra non avesse raggiunto il suo apice e che il percorso fosse ancora a metà era stato detto, ma un tale passo indietro dal punto di vista mentale e di prestazione immobilizza la logica, così come anche le mosse a gara in corso sono sembrate depotenziate nello stravolgimento tattico e del piano partita rispetto ad altre circostanze. Ottobre doveva essere il mese dello slancio, invece, il Catania si conferma re degli alti e bassi, sminuendo, con due sconfitte consecutive, anche l’andamento in trasferta. Tutto ciò che c’era da dire è stato detto, adesso tornerà di nuovo protagonista il campo, ma senza duelli vinti non si canta Messa

 

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